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Intervista a Emanuele Pettener PDF Print E-mail
Written by Gianluca De Salve   
Tuesday, 19 January 2010 06:00

Emanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University, a Boca Raton, negli Stati Uniti. Ha pubblicato diversi racconti e saggi, fra cui John Fante e gli altri: lo strano destino degli scrittori italoamericani (In Quei bravi ragazzi, a cura di Giuliana Muscio e Giovanni Spagnoletti, Marsilio, 2007) e curato il cinquantesimo numero della rivista Nuova Prosa, Essere o non essere italoamericani (Greco&Greco, 2009); è autore del volume Nel nome del Padre, del Figlio, e dell’ Umorismo: i romanzi di John Fante (Franco Cesati Editore, 2010) e del romanzo È  sabato mi hai lasciato e sono bellissimo, inserito nella collana “L’Isola Bianca”, diretta da Roberto Pazzi per Corbo Editore (2009).

Emanuele, ti abbiamo incontrato su Linsolito con il tuo romanzo È  sabato mi hai lasciato e sono bellissimo, che ho saputo essere andato in ristampa da poco tempo, una bella soddisfazione immagino. Se dovessi scegliere un termine o un aggettivo per descrivere il tuo libro quale utilizzeresti? E perché?
Sacchiano. Perché vorrei fosse come il Milan di Arrigo Sacchi, quello degli Olandesi.  Aggressivo, arrembante,  gioioso: che squadra, signori!  Il bel gioco - divertire se stessi e il pubblico - era più importante di tutto, persino della vittoria.  Va detto tuttavia  che dietro tanto spettacolo c’erano allenamenti durissimi, acute strategie tattiche, disciplina di ferro.

Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?
Mi affascina chi, dopo aver letto il Sabato, mi guarda con espressione di sconcerto: ma tu sei così? Non mi affascina tanto per la legittima confusione fra invenzione letteraria e invenzione del reale, quanto per quel presente al posto del passato prossimo, implicita negazione che siamo esseri fluidi, in movimento perpetuo - per cui, a causa dei giochi di luce di memoria e vanità, neppure un’autobiografia dichiarata è  autobiografica. Ed è  altresì vero, naturalmente, che tutti i libri, persino un oscuro trattato sui foruncoli, sono autobiografici.  Comunque, a un certo punto mi è  venuta voglia di raccontare una data età, i vent'anni, proprio nel momento in cui anagraficamente mi stavano fuggendo da sotto il naso: non per cristallizzarli (alla larga, psicologi!) ma perché finalmente ne capivo la bellezza inarrivabile e potevo sfruttarla e sottoporla ai miei voleri, e avevo voglia di riprodurre certi effetti color mandarino, certe sfumature jazz della mia città negli anni Novanta, certi uomini e certe donne e certi cani bassotto e certi stupidi, meravigliosi desideri.  Che corrispondessero o meno alla realtà – una cosa di cui mi curo poco persino nella realtà – non m’interessava nulla. 

Hai mai frequentato corsi di scrittura? Come si è sviluppato il tuo percorso letterario? Hai scritto altri racconti o romanzi prima?
Nessun corso di scrittura. Ho pubblicato racconti e articoli qui e là, fra l’America e l’Italia, e persino un saggio per il giornale accademico dell’Università di Zagabria, attorno all’uso retorico degli stereotipi in certi filmoni furbastri.  Ho curato il cinquantesimo numero della rivista Nuova Prosa, un bel volumetto dal titolo grazioso, Essere o non essere Italoamericani, e il 10 gennaio esce, per conto della fiorentina Franco Cesati Editore, un mio studio su John Fante e i suoi orribili discepoli, Nel nome del Padre, del Figlio, e dell’Umorismo: i romanzi di John Fante.

Mi aggancio proprio a John Fante, che tra l’altro è uno dei miei autori preferiti, per chiederti quali sono gli scrittori che hanno maggiormente segnato la tua memoria con le loro opere? Poi mi piacerebbe anche avere un tuo parere sul confronto tra Bukowski e Fante.
Da bambino, i rudimenti della grammatica e del vocabolario me li han dati Topolino, la Gazzetta dello Sport, e i Gialli per ragazzi Mondadori - Nancy Drew  e compagnia bella: letture fondamentali, prima che il senso del tempo e della lingua venisse travolto da Internet e dai messaggini. Poi, Oscar Wilde: l’architettura incantevole delle sue commedie e dei suoi saggi,  l’intelligenza danzante ed esplosiva di Dorian Gray, il fatto che, come notava Borges, anche nelle sue fiabe più nere si avverta un amore per la vita intensissimo, commovente. E ancora: Il Grande Gatsby, per me il più bel romanzo del ‘900, così umano, così ricco di colori, whisky, e malinconia, con quel finale perfetto; Il Ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler; Amori Ridicoli, Lo Scherzo, e L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere, di Milan Kundera, l’idolo dei miei vent'anni (forse a causa del nome?); fra i grandi classici, ricordo con nostalgia i vagabondaggi per la Mancia secentesca con Don Chisciotte, ma devo dire che anche Proust ha segnato il suo solco, senza che me ne accorgessi, quasi a livello subliminale.  Fra gli Italiani, Tomasi di Lampedusa, Svevo, e Sciascia. Apprezzo anche Guareschi. Più recenti? La memoria vaga fra gli archivi e pesca un paio d’Inglesi, Snob di Julian Fellowes e L’Ippopotamo di Stephen Fry, un Americano, Straight Man di Richard Russo, e poi Una Bellezza Russa, splendido tomo di racconti uscito un anno fa per Adelphi, di Vladimir Nabokov, a cura del figlio Dmitri.

Quanto a Fante, eh beh, Fante… Ma Bukowski non l’aveva capito. La spontaneità tanto enfatizzata di Fante  è   meno spontanea di quel che si pensi, e per fortuna. Fante ha un controllo sulla materia che i suoi seguaci si scordano, a partire da Bukowski.  A Bukowski manca il grimaldello con cui Fante esplorava la giovinezza, la vecchiaia, il sogno americano, le lacerazioni italoamericane, la vita: l’umorismo. Nel significato più pirandelliano del termine.  La lezione umoristica di Fante, quello che lo rende un autore di prima grandezza, Bukowski la capisce solo nel suo ultimo libro, Pulp, dove mette in scena un Arturo Bandini vecchio, Henry Belane. Al contrario, Fante aveva fatto tesoro della lettura di Fame, meraviglioso romanzo di Knut Hamsun (La Strada per Los Angeles, primo libro di Fante, ne  è   quasi un plagio, benché la scena si trasferisca dalla Norvegia alla California).  

In questo momento, oltre al libro dedicato a Fante, hai in cantiere qualcos’altro? Magari un nuovo romanzo?
È   molto gradevole avere un cantiere pieno di progetti da contemplare mentre si sta comodamente in poltrona a non far nulla sorseggiando  caffé. Sto ultimando un romanzo ambientato in South Florida, già tradotto in inglese per tre quarti. Sto anche pensando di tradurre il lavoro su Fante e forse lo stesso Sabato, che dovrei presentare fra qualche settimana a Miami e poi a New York a primavera.

So che sei docente alla Florida Atlantic University. Come sono gli USA? Sento spesso ripetere la frase che andarsene dalla propria terra d’origine è più che altro una fuga da se stessi. Secondo me non è così, te, anche alla luce della tua esperienza, cosa ne pensi?
Fuggire da se stessi è  un gioco da dilettanti. Io sono fuggito dalla disoccupazione.   Ero solo, arrabbiato, e disgustato: nessuno rispondeva ai miei curriculum, malgrado la loro prosa impeccabile. L’America m’è  passata davanti come un sogno fugace, un baleno in una notte d’inverno, mi ci sono tuffato con la forza della disperazione, e il giorno dopo facevo colazione con uova e bacon in un motel del Mid-West.  Ah, l’America! Un sogno dorato durato una vita. Certo, vivendoci da ormai dieci anni potrei salire sul pulpito e farle le pulci, esibire la mia stizza snob da Europeo e il mio sarcasmo da Italiano cinico, criticare con serafico compiacimento certe incongruenze, certe ottusità, certe ingiustizie.  Ma sarebbe un tantinello ingrato dimenticare o almeno non premettere che l’America mi ha permesso di fare ciò che più al mondo mi diverte - studiare, leggere, insegnare, scrivere, vivere ogni giorno a zero stress e con estremo gusto e curiosità, senza mai chiedermi di portare borse ad alcuno. Mi ha accolto con gentilezza, amicizia, e affetto, e mi ha restituito la dignità dei miei sogni.   

E dal punto di vista editoriale com’è la situazione in America? Chiaramente il bacino d’utenza è spaventosamente più grande di quello italiano ma in base alla tua esperienza c’è una maggiore possibilità di farsi conoscere anche per gli scrittori esordienti? Implicitamente la domanda ne crea un’altra legata alla maggiore attenzione che i lettori stessi riversano sull’editoria che non viene massicciamente pubblicizzata.
Mi sembra che qui ci siano due elementi assenti in Italia, o quasi: un nutrito numero di riviste dove farsi le ossa e mettersi in mostra presso gli addetti ai lavori; l’agente, senza il quale, mi si dice, non si va da nessuna parte. Quando all’editoria indipendente, la pubblicità  è   importante e ancora più importanti sono gli spazi delle librerie, occupati dai volumi delle major. Ma una buona storia e la Tuche, la Fortuna Insondabile, possono far miracoli,  e non  è   detto che una volta ogni tanto il vecchio Golia non se ne torni a casa con le pive nel sacco…

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DE ROSA PELLEGRINO |79.26.13.xxx |2010-01-19 16:50:38
:D Complimenti Emanuele. Ho letto il tuo bellissimo libro tutto d'un fiato!
Emana freschezza, simpatia ed umorismo.
Auguri sinceri.
Pellegrino De Rosa
roberto masiero |151.30.178.xxx |2010-01-19 22:00:07
E' un romanzo promettente: i luoghi comuni saltano come bottoni di una giacca troppo stretta. Ema sa divertire e mescola spettacolo e intelligenza.
Roberto Masiero
SA |151.81.176.xxx |2010-01-23 18:42:58
Avere 20 anni e non capire la vita, avere 20 anni e cercare di capire se stessi, avere 20 anni e ritrovarsi a leggere questo libro e come una ventata d'aria fredda che per un breve istante non ti fa sentire l'afa di questi 20 anni...

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