La cartolina di Gino Cornabò
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- Categoria: Second Hand - Emozioni di prima mano
- Pubblicato Sabato, 16 Giugno 2012 22:13
- Scritto da Gianvittorio Randaccio
I libri usati sono come dei pacchi sorpresa. In genere sono libri come gli altri, al massimo un po' rovinati, forse di edizioni non recentissime, con il normalissimo pregio di riportare al loro interno il testo che volevamo e che magari cercavamo da tempo. In genere costano anche la metà, o anche meno, sempre che non siano copie rare o introvabili, fatti davanti al quale l'usura e l'eventuale cattivo stato non rappresentano un motivo valido per far scendere il prezzo.
A volte, però, e sono i libri più belli, contengono dei regali particolari, tracce lasciate dai precedenti proprietari, che aggiungono storie strane e immaginarie a quelle già contenute nel libro: possono essere una dedica, o degli appunti sparsi fra le pagine, o un segnalibro rimasto incastrato a metà volume. Oppure delle macchie, anche se in questo caso non è che c'è da essere molto contenti. Comunque, ogni volta che in un libro trovo queste tracce casuali e inaspettate mi viene sempre un sorriso che non finisce più. Oggi, per esempio, vagavo tranquillo per il mercato quasi deserto di via Fauchè a Milano quando ecco che da un banchetto di libri (presente solo perché fruttivendoli e pescivendoli sono in vacanza e quindi i loro posti sono liberi) mi imbatto nella ristampa del 1999 de Il diario di Gino Cornabò, di Achille Campanile. L'edizione è bruttina, devo dire la verità, ma visto che costa due euro non è che faccio tanti problemi. Soprattutto, poi, quando mi accorgo che è un libro con la sorpresa. Una cartolina, per la precisione, bruttina anche lei, spedita nel luglio 1999 da un certo Giovanni a Comper Pierina Vitti, via Pedrotti, 11 -38100 – Trento. Subito mi vengono in mente un sacco di domade, ancora prima di aver cominciato a leggere il libro: chi sarà mai questo Giovanni? E questa Pierina Vitti? E Comper che cos'è, il soprannome di Pierina? Cosa significherà? E quante stranezze, sulla cartolina, segnali di mondi abitati da qualcun altro: un francobollo da 800 lire, due timbri del rifugio Tuckett, uno che indica m. 2286, l'altro m. 2268, il testo, con i suoi "saluti dalla montagna". C'è materiale per un bel racconto, magari anche per un romanzo, che non avrebbe niente a che fare con Il diario di Gino Cornabò ma che, in qualche modo, ci sarebbe legato, senza nemmeno saperlo. Intanto, questa cartolina vecchia e un po' malandata rende il mio Gino Cornabò diverso da quello di tutti gli altri, soprattutto di quelli presenti nelle edizioni nuove di pacca, senza nemmeno un segno, a prezzo pieno e con quello strano odore di nuovo. E anche se non è niente di che, me ne rendo conto, io sorrido lo stesso e penso che i miei due euro sono stati spesi benissimo.








Può la carta delle pagine di un libro cambiare sapore e trasformarsi in pietra? È un esperimento difficile, quello tentato da Alessandro Bertante, già autore di un romanzo come Al diavul, dal forte sapore epico. Anche in Nina dei lupi l'irruenza dell’epos e l’alchimia delle parole risaltano sin dalle prime battute. Varia il contesto, là un affresco storico rivoluzionario, qui una post apocalisse rurale. La giovane Nina crescerà in un paese staccato dall’umanità, perso in un limbo faticoso dove le montagne richiedono ogni giorno sacrifici di lacrime e sudore. Un posto difficile per una bambina, per un’orfana che ha la saggezza di capire al volo i cambiamenti. Perché c’è una nuova battaglia in arrivo per gli abitanti del piccolo borgo di Piedimulo, e lei lo sa. Prosa rabbiosa, frasi spezzate, capitoli a volte duri da scalare. Bertante però non si accontenta mai: prendere o lasciare. Non è tempo di eroi, né di generi. Nina dei lupi è un postulato allegorico, di quelli che se ti prendono sotto pelle ti lasciano cicatrici profonde.
A patto che non soffriate di claustrofobia, che non vi inquieti una prosa scandita con assillante regolarità di periodi brevi a registrare impassibile gesti e pensieri dei personaggi, potreste avvicinarvi al romanzo La ragazza, della scrittrice tedesca Angelica Klüssendorf.
Un cielo tremendo, quello sopra Teheran. Lo avevamo già capito leggendo Persepolis di Marjane Satrapi; e la verità si fa più dura in questo romanzo che è al tempo stesso doloroso e romantico. Ancora più tremendo proprio perché filtrato attraverso gli occhi di un'autrice che è straniera in una patria che ama. Louise Soraya Black ha scritto pagine importanti per aiutare il lettore a conoscere la situazione difficile di chi vive l’Iran del presente e del passato recente sulla propria pelle. Ma non è soltanto denuncia, tutt’altro: la storia di una famiglia media e delle loro lotte quotidiane è ricca di emozioni, complessa. I colpi di scena sono degni d’un thriller, le parentesi sentimentali sempre vivide. La narrazione a flashback arricchisce la struttura a tesi e ne alleggerisce le velleità sociali, valorizzandole. Il cielo color melograno, a partire dallo splendido titolo e dalla bellissima copertina (un plauso alla cura redazionale di 66th&2nd), è un piccolo capolavoro adatto a ogni palato.
Le storiacce de Il ragazzo a quattro zampe